Le donne e la lavorazione del corallo a Torre del Greco
La figura della donna è stata da sempre centrale nella storia del corallo a Torre del Greco: non come nota a margine, ma come asse portante di un’intera economia di mare e di manifattura.
Per capire davvero perché, bisogna partire da lontano. Torre del Greco — città tra il vulcano e il mare — ha costruito la propria identità attorno al corallo prima ancora che esistesse una reale industria locale della lavorazione. Le fonti ricordano infatti che, per secoli, dal porto salpavano flotte di coralline dirette in tutto il Mediterraneo: spedizioni lunghe mesi, rischiose, spesso poco remunerative sul piano immediato e segnate da un mestiere duro, che coinvolgeva moltissime famiglie.
In questa prima fase storica, il corallo pescato non sempre veniva trasformato in città: veniva anche rivenduto in altri centri italiani dove era già presente una tradizione manifatturiera, come Genova e Livorno.
Ed è qui che entra la donna, ancora prima dell’officina. Se per mesi gli uomini erano in mare, la continuità della vita quotidiana ricadeva sulla terraferma: gestione della casa, cura dei figli, tenuta della comunità familiare. È un passaggio che si comprende bene se si tiene insieme la durata delle campagne di pesca e la loro natura “totalizzante”.
La svolta dell’Ottocento: dalla pesca alla manifattura
La seconda fase significativa della lavorazione del corallo a Torre del Greco ebbe inizio tra il 1805 e il 1806, con l’arrivo di Paolo Bartolomeo Martin e la concessione di una privativa da parte di Ferdinando IV nel 1805. Questa decisione politica ed economica mirava non solo alla produzione, ma anche alla formazione di apprendisti e al consolidamento locale delle competenze tecniche.
Successivamente, nel 1807, il progetto formativo venne esteso anche a Napoli presso il Real Albergo dei Poveri, dove l’insegnamento era rivolto specificamente a giovani di entrambi i sessi. Questo dettaglio evidenzia come la partecipazione femminile fosse già allora una componente strutturale e non un fenomeno recente o marginale.
Il lavoro femminile: tecnica, precisione, responsabilità
Quando la lavorazione entra nelle case e nelle botteghe, la donna non è solo “di supporto”: è specialista. Una fonte accademica sul settore torrese e sulla sua memoria linguistica ricorda che, nel XIX secolo, le fasi di bucatura e infilatura venivano affidate esclusivamente alla manodopera femminile; e, più in generale, che la figura femminile era considerata indispensabile nella protoindustria del corallo, in fasi che vanno dal taglio alla lucidatura fino all’infilatura.
E non si parla di gesti generici, ma di passaggi concreti: il taglio, la foratura completa o a mezzobuco con trapano ad arco, la modellatura con mola, la lustratura in sacchetti o barili con pomice e altri materiali abrasivi, l’assortimento per misura e colore, l’infilatura finale. In altre parole: una catena di precisione, pazienza e competenza, spesso affidata alle mani delle donne.
Questa storia si intreccia anche con la vita della comunità. Nella memoria torrese ritorna spesso la figura di San Vincenzo Romano, parroco e punto di riferimento in anni difficili: fonti ufficiali ricordano la sua dedizione ai bisogni concreti di operai e pescatori, dentro un territorio segnato da calamità e fatiche quotidiane.
Tutela della risorsa e responsabilità
Nel corso degli anni, la pesca e la raccolta del corallo hanno subito significative trasformazioni. Attualmente, il prelievo di corallo rosso in Italia è disciplinato dal Piano nazionale di gestione, che definisce le autorizzazioni necessarie, i metodi consentiti (quali l’impiego della piccozza nel contesto subacqueo professionale) e stabilisce un periodo annuale di raccolta compreso tra il 1° maggio e il 31 ottobre.
Per gli operatori del settore, questi regolamenti non rappresentano semplici formalità burocratiche, bensì costituiscono un elemento essenziale nella valorizzazione del prodotto. La tradizione e la salvaguardia dell’ecosistema si configurano come aspetti complementari della reputazione aziendale.
Storie di donne nella nostra azienda artigianale
Anche nella nostra storia aziendale, la figura della donna è sempre stata decisiva. In laboratorio era consuetudine vedere donne intente nelle fasi conclusive: selezione dei semilavorati già forati, infilatura, controllo della coerenza cromatica e della “caduta” della collana, fino alla preparazione del pezzo per la commercializzazione.
E accanto al banco, un altro luogo chiave: l’amministrazione. Nelle aziende familiari — e la nostra non fa eccezione — spesso sono state le donne a reggere la continuità: ordine, conti, responsabilità, visione quotidiana.
Aurora Vernassi: una nuova tirocinante, dentro una storia lunga
Dentro questa tradizione, l’esempio di Aurora Vernassi è un segno concreto di continuità e di futuro.
Aurora Vernassi ha già portato la sua voce in un contesto internazionale: il 18 gennaio 2026, durante un talk a Vicenzaoro, ha raccontato la propria esperienza e le aspettative sul suo futuro professionale, in qualità di vincitrice dell’ultima edizione del bando collegato al progetto “Una Scuola, un Lavoro. Percorsi di Eccellenza”.
Quel talk ha messo in luce un modello virtuoso basato sulla collaborazione tra Fondazione Cologni, Istituto Degni e Assocoral: un triangolo che unisce formazione, impresa e rappresentanza, e che costruisce opportunità reali per i giovani artigiani.
Oggi, con il suo ingresso in laboratorio, Aurora Vernassi porta con sé qualcosa che vale quanto la manualità: tempo nuovo, domande nuove, energia nuova. Ed è esattamente ciò di cui l’artigianato artistico ha bisogno per restare vivo: non cambiare pelle, ma continuare a crescere dentro la propria identità.
Compila il modulo per info e preventivi sui prodotti e servizi disponibili